Venticinque anni di sassini. Rileggerne la storia per guardare al futuro

Ospitiamo un intervento dell’amico Prof. Enzo Pranzini, docente di Dinamica e difesa dei litorali presso l’Università di Firenze che ha coordinato numerosi progetti nazionali e internazionali e collaborato con amministrazioni pubbliche, anche straniere, per la gestione del territorio costiero. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche su questo tema e di numerosi libri, fra cui La forma delle coste (Zanichelli), Coastal erosion and protection in Europe (Routledge), Granelli di sabbia (Pacini) e La strategia di Noè (Manifestolibri).

Nel 1996 il Prof. Pranzini fu chiamato dall’Assessore all’Ambiente della Giunta Florani di Pisa, il Verde Pierluigi D’Amico, a coordinare un Gruppo di Lavoro sull’erosione costiera. Il gruppo era composto anche dagli Ing. Giorgio Berriolo e Pierluigi Aminti, dall’Arch. Jean Oneto e dal dottor Gianluca de Filippi e presentò le conclusioni del proprio lavoro nel settembre 1998.

Dopo quell’esperienza il Comune di Pisa non ebbe più un proprio gruppo di esperti consulenti su uno dei temi più complessi da affrontare presenti sul proprio territorio, proprio quando gli effetti potenzialmente disastrosi dei cambiamenti climatici apparivano sempre più evidenti.

Venticinque anni di sassini

Rileggerne la storia per guardare al futuro

di Enzo Pranzini

Venticinque anni fa, a Marina di Pisa, arrivò la prima ghiaia, spesso chiamata ‘sassini’, più in senso denigratorio che affettuoso, in particolare quando arriva sulla strada. Vale la pena di ricostruire questa storia, da molti non conosciuta e da altri dimenticata, per cercare di fare un bilancio di quanto è successo, anche per capire come andare avanti.

Tutto nasce trent’anni fa, quando il Comune di Pisa costituì un gruppo di lavoro per studiare soluzioni alternative alle scogliere parallele emerse per la difesa del litorale. Ma i primi ‘sassini’ arrivarono cinque anni dopo, quasi in via sperimentale, sul tratto di costa posto a sud delle dieci scogliere che da Bocca d’Arno si susseguono per oltre due chilometri; qui la costa era difesa solo da una massicciata, davanti alla quale nacque la prima spiaggia di ghiaia. Questa si appoggiava su di un pennello preesistente e per molti anni consentì di non chiudere la strada costiera durante le mareggiate più intense, come si era reso necessario in passato. Il materiale, scarti di escavazione del marmo bianco di Carrara, costa poco ma subisce una forte abrasione che ne riduce il volume, tanto che la spiaggia si riduceva progressivamente; ma in venticinque anni non è mai stata fatta una ricarica, mentre nei tradizionali ripascimenti di sabbia è necessario intervenire ogni due o tre anni. Su questo progetto vennero condotti alcuni studi i cui risultati potrebbero essere utili per impostare un piano di messa in sicurezza e gestione di questo breve tratto costiero.

Ma assai più interessante è ricostruire la storia del progetto più impegnativo che ha riguardato la costa su cui insiste il centro abitato di Marina di Pisa, anche se è stato realizzato solo in parte.

L’idea del gruppo di lavoro istituito dal Comune si proponeva di ridurre l’impatto delle scogliere sulla dinamica costiera, impatto che si propagava verso sud imponendo la realizzazione di opere di difesa sempre più pesanti. Ciò si doveva ottenere con l’abbassamento delle scogliere emerse che avrebbe attenuato la riflessione delle onde che spinge le sabbie verso il largo, mentre l’energia che le avrebbe superate sarebbe stata assorbita da una spiaggia in ghiaia. Parallelamente, veniva rivista l’interfaccia terra – mare con la pedonalizzazione della litoranea, la realizzazione di esedre, la creazione di percorsi alberati e il collegamento con la vecchia stazione per poi riattivare la ferrovia che collegava Marina con Pisa.

Nello stesso periodo il Ministero dei Lavori Pubblici, tramite l’Ufficio del Genio Civile Opere Marittime, stava progettando l’innalzamento a 3,5 metri sul livello del mare delle scogliere 6 e 7, che non erano più efficienti per difendere l’abitato. I due progetti vennero messi a confronto con prove in un canale per onde presso l’Università di Firenze, e quello dell’abbassamento con la creazione della spiaggia in ghiaia risultò ugualmente efficace ma con un costo di 2 miliardi di lire, rispetto ai 3,5 miliardi del progetto del Ministero. Inoltre, si sarebbe migliorata la qualità delle acque, riguadagnata la vista sul mare aperto, e creata una spiaggia, seppur di ghiaia, larga una trentina di metri. Il Genio Civile accettò di modificare il proprio progetto secondo le indicazioni scaturite dalle sperimentazioni e si passò alle prove su modello fisico tridimensionale nella vasca per onde dell’Università di Bari.

Il progetto nacque però con un peccato originale, anche se veniale, che si porta ancora dietro di sé. Le prove effettuate nel canale avevano dimostrato che erano necessari almeno 100 metri cubi di ghiaia per ogni metro di spiaggia per garantire la formazione di una cresta lontana dalla strada, ma quando il Genio Civile Opere Marittime trasferì l’idea progettuale sulla carta, il volume totale del materiale da versare venne calcolato moltiplicando la lunghezza delle due celle per 100, senza tenere conto della forma arcuata che la linea di riva prende sempre fra coppie di pennelli e la piccola rotazione che la spiaggia avrebbe subito a causa del moto ondoso che arriva leggermente obliquo alla costa.

Il 5 ottobre del 2003 arrivò una mareggiata con tempo di ritorno stimato di 25 anni, in un momento in cui i lavori erano stati interrotti per la stagione estiva e non ripresi per ritardi dell’impresa. Il volume che era stato versato, sempre di frammenti di marmo, era la metà di quello previsto e il problema fu subito evidente: la ghiaia migrò dal lato settentrionale a quello meridionale delle due celle, tanto che sul primo vi fu una forte tracimazione e l’invasione della strada da parte dei ‘sassini’, mentre a ridosso dei due pennelli meridionali si formò una bella cresta che ostacolò il passaggio dell’acqua. In quel momento le scogliere esterne erano ancora emergenti e non è chiaro se questo abbia favorito o attenuato la tracimazione, perché, se da un lato ostacolavano la propagazione delle onde, dall’altro causavano un innalzamento del livello del mare nelle ‘vasche’.

Fu evidente che i 100 metri cubi per metro lineare dovevano essere garantiti in ogni punto delle celle e quindi, prevedendo la rotazione della spiaggia, il volume totale da versare doveva essere maggiore.

Ma la migrazione della ghiaia poteva essere bloccata, o molto rallentata, con una piccola variante al progetto in quel momento non ultimato; ossia garantendo una protezione maggiore al lato settentrionale delle celle rispetto a quella data al lato opposto. Questo è ottenibile con una diversa angolatura dei pennelli o con una modifica della loro forma; ma ancor meglio con una larghezza variabile della scogliera sommersa esterna: più larga a nord che non a sud.

Tale configurazione, oltre a garantire una protezione uniforme alla strada e all’abitato, avrebbe eliminato, o ridotto in modo apprezzabile, i costi del refluimento meccanico della ghiaia all’interno delle celle fatto periodicamente dal Comune.

Il progetto venne poi completato dalla Provincia di Pisa, portando il volume unitario a 150 metri cubi di ghiaia per metro di costa con dimensioni assai superiori a quelle del primo versamento. Da allora, anche con le mareggiate estreme, dietro alle scogliere 6 e 7 non è mai arrivata ghiaia sulla strada. Sull’opportunità di incrementare le dimensioni dei granuli vi sono alcuni dubbi, perché la stabilità delle spiagge in ghiaia non deriva tanto dal peso dei singoli elementi, quanto dalla permeabilità e porosità del deposito, che consente l’infiltrazione dell’acqua riducendo la velocità della risacca.

In realtà, nell’idea progettuale iniziale era auspicata una riduzione delle dimensioni della ghiaia, cosa che sarebbe stata possibile se si fosse avuto un incremento dell’apporto di sabbia da parte dell’Arno, sabbia che, con la riduzione della riflessione delle onde, avrebbe consentito un innalzamento dei fondali, sui quali le onde avrebbero dissipato maggiormente l’energia.

Riduzione dell’energia delle onde e ghiaia più fine avrebbero prodotto creste più basse e meno ripide, consentendo un più facile e gradevole accesso al mare. Erano gli anni del ‘Back to the Beach’, quando si sperava di poter tornare gradualmente a qualcosa di più simile a una spiaggia che non a una difesa costiera.

Ma gli interventi fatti nel bacino dell’Arno, per la riduzione dell’erosione del suolo e la prevenzione dalle alluvioni, hanno giocato in senso opposto. Mettere in sicurezza chi vive lungo i fiumi e chi vive lungo le coste è una sfida ancora aperta, ma che non sarà facile vincere.

E così Marina di Pisa non potrà fare affidamento sulla sabbia dell’Arno, bensì sulla ghiaia delle Apuane, che non la salverà dall’innalzamento del livello del mare, ma gli darà il tempo per impostare strategie e progetti di più lungo termine. Certo che una scogliera molto più larga potrebbe meglio filtrare le onde e mettere in sicurezza l’abitato per un tempo più lungo, ma è necessario trovare soluzioni flessibili che consentano un loro adattamento agli scenari che si verranno a creare in futuro, senza dover ripartire da zero buttando via tutto quello che è stato fatto in precedenza. Si tratta di capitalizzare ogni spesa fatta, anche per interventi transitori.

L’intervista de Il Tirreno come apparsa sul quotidiano del 2 aprile 2026

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